Cattive abitudini da cancellare PDF Stampa E-mail
di Massimo Mucchetti (Il Corriere della Sera)   
domenica 15 agosto 2010


Denis Verdini rigetta le numerose contestazioni con cui la Banca d’Italia ha motivato la richiesta di amministrazione straordinaria del Credito cooperativo fiorentino, da lui presieduto. Ma poiché il provvedimento è stato emanato nel giro di una settimana dal ministero dell’Economia, la posizione del coordinatore nazionale del Pdl non si risolve con una acrobatica nota ai giornali. Il politico-banchiere deposto deve fare quanto fanno i cittadini che si ritengono innocenti: presentare ricorso, in questo caso al Tar. L’Italia è uno stato di diritto. Il governo non gli è certo nemico. Lo farà? È lecito dubitare. Un conto sarà difendersi personalmente nei procedimenti a carico di amministratori e sindaci, che si aggiungeranno alle inchieste della magistratura: magari per mitigare le sanzioni della Vigilanza o prevenire eventuali azioni di responsabilità dei commissari. Ben altro conto sarebbe riunire il consiglio di amministrazione esautorato a Campi Bisenzio e far approvare un ricorso formale contro l’amministrazione straordinaria. A memoria d’uomo non risultano ricorsi al Tar che abbiano avuto successo in tali materie. Lo facesse, il braccio destro del premier nel partito sfiderebbe in un colpo solo il governatore Mario Draghi e il ministro Giulio Tremonti. Niente di meno. Sulla carta, date le ferie, Verdini ha tempo fino ai primi di novembre per decidere. Il Corriere, a suo tempo, invitò Scajola e Verdini a dimettersi. L’allora ministro dello Sviluppo economico lo fece. Verdini no. E ora la sua difesa rischia di innescare un conflitto politico e istituzionale. Prima di passare all’azione, il coordinatore del Pdl dovrà forse chiarirsi con il premier che, finora, l’ha difeso. Ma fin d’ora si può dire che la vicenda Verdini fa riemergere la cattiva abitudine dell’uso privatistico della cosa comune. Una cooperativa creditizia è un soggetto economico privato. E tuttavia, quando è a mutualità prevalente come sono il Credito Cooperativo Fiorentino e le altre 400 e passa banche di credito cooperativo italiane, l’interesse del socio viene perseguito nel quadro dell’interesse generale della compagine sociale, a sua volta legata alla comunità locale. Non a caso queste banche hanno un regime speciale che ne lega l’attività al territorio, limita la remunerazione, l’emissione e la compravendita delle azioni e, al tempo stesso, detassa ampiamente gli utili portati a riserva. Le Bcc sono una grande e positiva espressione dell’autogoverno delle comunità locali. Non perseguono il profitto, ma servono valori. Non speculano, non concentrano il rischio a favore dei soliti noti, possono perdere durante le crisi con artigiani, commercianti, agricoltori, ma non con gli amici degli amici. Nel complesso le Bcc sono formiche operose. Lo conferma il loro grado di patrimonializzazione: di gran lunga il più alto del sistema bancario. Ecco, il caso Verdini confligge proprio con questa storia virtuosa. L’onorevole Verdini ha esercitato un’ampia fascinazione sui soci. Non è l’unico banchiere carismatico in assemblea. Ma la seduzione del pubblico inesperto non sempre è bene. Lo dimostra l’esperienza di Giampiero Fiorani alla Popolare di Lodi. Per questo ci vogliono consigli di amministrazione e collegi sindacali veri. Che impediscano al leader di far affidare le imprese comunque cointeressate ai propri affari e di perseguire interessi che cozzano contro il principio della mutualità. A simbolo di un isolamento, ieri orgoglioso, oggi sospetto, il Credito Cooperativo Fiorentino non usava la doppia C, logo solidaristico delle Bcc, e aveva un sistema informativo scollegato da quello delle consorelle riunite nella Federazione regionale toscana del settore, che esercita l’audit di secondo livello. La stessa Banca d’Italia è intervenuta solo a febbraio. Ma ora che il bubbone è scoppiato si pongono, oltre al problema politico di cui abbiamo detto, due questioni specifiche. La prima riguarda il movimento delle cooperative «bianche», di cui le Bcc rappresentano la parte più importante. Le cooperative «rosse» della Lega hanno preso una posizione politica su Consorte e Sacchetti senza attendere l’esito dei processi (peraltro non sfavorevole, finora, ai due capi dell’Unipol). La Confcooperative non dovrebbe essere da meno. La seconda questione riguarda la lezione che la Federcasse e la Banca d’Italia possono trarre da questa storia. Le Bcc hanno un fondo di garanzia dei depositanti, analogo al fondo interbancario. E ora stanno lavorando con la Banca d’Italia a un fondo di garanzia istituzionale per supportare, senza oneri per lo Stato, le cooperative in difficoltà. Si tratta di decidere se chi si isola — e dunque si sottrae al controllo delle consorelle — abbia diritto a partecipare a questi fondi o se debba esserne escluso. E se, essendone escluso, possa ancora esercitare l’attività bancaria.
 
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