Lo zucchero amaro dell'Italia corporativa PDF Stampa E-mail
di Massimo Mucchetti (Il Corriere della Sera)   
lunedì 24 maggio 2010


Esiste un'Italia delle clientele e delle parentele, come la chiamava Joseph La Palombara, che è dura a morire. Un esempio fra i tanti viene dalla sentenza del Tar del Lazio che ferma la riconversione degli zuccherifici di Casei Gerola, nel pavese, e di Bondeno, in provincia di Ferrara, in centrali elettriche alimentate a biomasse e la costruzione di 150 analoghi impianti di minor taglia all’interno delle aziende agricole. Il 4 giugno il Consiglio di Stato dirà la parola definitiva. È una piccola storia, che però la dice lunga sul grande malessere di un Paese dove il facile diventa difficile troppo spesso e per le ragioni sbagliate. Tutto comincia nel 2006 quando il Parlamento europeo decide di incentivare la riconversione degli zuccherifici. Eridania, Italia Zuccheri e Sfirs ricevono forti somme per ridurre la capacità produttiva, ripagare i debiti e fare dell'altro così da riassorbire personale. Italia Zuccheri, posseduta da Finbieticola, società privata dei produttori aderenti soprattutto alla Confagricoltura, e dalla Co.Pro.B. di Bologna, una coop bianca, riceve 209 milioni. Nel luglio del 2009 decide di impiegarne una quarantina nei due siti, 40 megawatt in tutto, e un altro po' nei microimpianti da 1 a 3 megawatt. Un investimento di 300 milioni che può stimolare la progettazione di queste centraline. Ma non appena parte il progetto, al quale parteciperebbero come soci anche il Monte dei Paschi, la Fondazione Cariplo, il gruppo Gavio, Enel Green Power, 11 degli oltre 9 mila bieticoltori italiani diffidano il ministero dell’Agricoltura dal consentire a Finbieticola di usare fondi pubblici destinati all'industria saccarifera. Il capo di gabinetto dell’allora ministro Zaia chiede l’opinione dell’Avvocatura dello Stato e questa, contraddicendo i suoi pareri del 1983 e del 1984, considera che sì, a quei tempi, certi fondi potevano essere considerati pubblici. Nel dicembre 2009 gli 11 bieticoltori ottengono dal Tar del Lazio di fermare tutto: entro 90 giorni, il ministero deve accertare le cose e recuperare le somme. Il ministero vara una commissione. Zaia lascia il posto a Galan. I 90 giorni scadono il 22 giugno e il progetto rischia di restare al palo. In un Paese normale, la diffida non avrebbe avuto corso: dopo 25 anni di certi fondi è rimasta solo una traccia contabile e ora c’è una norma europea a ridisegnare le convenienze degli investimenti privati. Ma l'Italia è il Paese dove le associazioni sindacali — in questo caso Confagricoltura, tanta produzione e poche teste, e Coldiretti, poca produzione e tanti iscritti — si fanno la guerra senza dirlo. E i governanti guardano ai voti più che alle ragioni. Certo, a dirla tutta, una questione esiste. Non risale al 1985, ma alla ben più recente scelta di incentivare, con prezzi politici fino a tre volte superiori a quelli di mercato, la produzione di energia da biomasse su piccola scala, mentre l’Enel non prova nemmeno quella su scala industriale usando il cippato di legno che, con il barile a 80 dollari, non avrebbe nemmeno bisogno di incentivi. Ma dovremmo parlare seriamente di energia. E questo è più di quanto l’Italia delle demagogie verdeggianti e nucleariste possa fare.di Massimo Mucchetti
 
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